venerdì 31 dicembre 2010

Teniamo unito il Parco Nazionale dello Stelvio



Nel 1935 con la Legge n.740 viene istituito in Italia il Parco Nazionale dello Stelvio (il quarto in ordine cronologico a essere creato dopo l'istituzione nel 1922 dei Parchi Nazionali del Gran Paradiso e di quello d'Abruzzo e nel 1934 del Circeo). La fauna è estremamente ricca e varia e và dai grandi ungulati come il cervo (Cervus elaphus), il camoscio (Rupicapra rupicapra) e lo stambecco (Capra ibex) a splendidi rapaci come l'aquila reale (Aquila chrysaetos), il gufo reale (Bubo bubo) o il gipeto (Gypaetus barbatus) ,quest'ultimo presente negli ultimi anni grazie a un progetto di reintroduzione. Numerosa è poi la presenza di altri mammiferi, uccelli, anfibi, rettili, pesci e insetti che non cito in questo post per evidenti ragioni di spazio, ma chi volesse può trovarle sul sito del parco www.stelviopark.it . Anche la flora è altrettanto fantastica e variegata, ed è presente quella tipica della fascia alpina, con conifere come l'abete rosso (Picea abies), il cembro (Pinus cembra) e il Pinus mugo, ma anche tantissime specie che riempiono il paesaggio di colori e profumi derivanti dai loro fiori. Il parco non è solo questo, è molto di più, è una ricerca di equilibrio tra uomo e ambiente, è un cercare la giusta integrazione tra la conservazione della biodiversità e la presenza antropica nel territorio. L'importanza naturalistica di quest'area non si discute, quello che invece è stato deciso il 30 Novembre di quest'anno dalla "Commissione dei Dodici" (la Commisisone Paritetica Stato, Regione Lombardia e Province Autonome) credo sia molto discutibile. In pratica è stato deliberato di ampliare in maniera molto rilevante le funzioni delle province autonome di Trento e Bolzano, attribuendo loro alcune di quelle statali inerenti la gestione del Parco dello Stevio. Tante associazioni si sono mosse al riguardo come il C.A.I., CIPRA Italia, Federparchi, LIPU, Mountain Wilderness Italia e anzhe il WWF si stà dando parecchio da fare, inoltrando al governo numerose lettere per chiedere di non accogliere quanto deliberato il 30 Novembre, e a proposito voglio riportare quanto detto da Stefano Leoni, presidente del WWF Italia:
"Di fatto si è creata la condizione per cui in uno storico parco nazionale, istituito nel 1935, che aveva l’ambizione di costituire insieme al Parco Svizzero dell’Engadina un’importantissima area tutelata alpina, si fanno prevalere gli interessi degli Enti locali rispetto alle competenze dello Stato. Il rischio è quello di avere una gestione del Parco dello Stelvio non omogenea, incoerente a seconda delle Province in cui ricadranno le varie azioni, comunque non organica. Da un punto di vista istituzionale invece il rischio è quello di aver creato un pericolosissimo precedente che certamente sarà richiamato dai tanti che chiedono che i anche i Parchi Nazionali siano affidati direttamente a Regioni ed Enti locali". Io non aggiungo altro poichè condivido pienamente questo pensiero e spero che il 2011 inizi con una smentita di questa decisione e quindi il parco rimanga pienamente controllato dal Ministero dell'Ambiente, perchè solo con coesione e unità è possibile raggiungere e realizzare obiettivi importanti e credo anche che servirebbe un'investimento maggiore da parte dello Stato su queste aree che racchiudono e conservano un patrimoio naturale di rilievo Nazionale e Internazionale. 

martedì 28 dicembre 2010

Rinnoviamoci



In Italia si torna a parlare di Nucleare e della costruzione di centrali per produrre questo tipo di energia. Bene,sollecitato da un lettore voglio riportare in questo post ciò che stanno facendo in Francia (che ricava dalla fissione nucleare circa il 78% dell'energia elettrica nazionale) per cercare di risolvere quello che rimane forse il più grande problema (insieme al rischio di incidenti come Three Mile Island e Chernobyl) o impatto derivante dall'utilizzo di questo tipo di fonte energetica: lo smaltimento delle scorie. C'è da dire innanzitutto che queste scorie nucleari rimangono radioattive e quindi pericolose per almeno (nella più ottimistica quindi delle ipotesi) 250 mila anni e che finora non sono stati trovati depositi, siti per conservarle in condizioni di assoluta sicurezza. Ora stanno sperimentando la costruzione di un sistema di cunicoli/gallerie a 500 metri di profondità sotto il massiccio di argilla geologica e roccia sedimentaria di Bure, in Francia, che si è formato tra il Giurassico e il Cretaceo. Caratteristica questa che secondo Marc-Antoine Martin, ingegnere minerario di Andra dovrebbe formare uno schermo abbastanza sicuro contro le radiazioni e ospitare così i rifiuti più pericolosi. Personalmente ritengo che molto spesso quando si parla di nucleare tutti pensano al problema legato allo smaltimento dello scorie, dimenticandosi del fatto che l'energia nucleare è una fonte tutt'altro che rinnovabile!I principali studi indicano che le riserve di Uranio a cui è possibile accedere facilmente dureranno per poco più di 50 anni. Io preferisco perciò pensare allo sviluppo e miglioramento delle rinnovabili, ma sopratutto del solare. Uno studio effettuato dalla NASA nel 2008 indica come sulla Terra splenda una quantità di energia pari a 6000 volte l'elettricità utilizzata in tutto il mondo, dove anche con la tecnologia attuale sarebbe possibile catturarne abbastanza per soddisfare decine di volte il fabbisogno energetico. Il problema sono i costi ancora abbastanza alti (ma stanno pian piano diminuendo) legati a questo tipo di tecnologia, dove infatti i paesi leader in questo settore sono quello che possono permettersi di investire nel solare pur magari non essendo molto soleggiati, come appunto la Germania. Secondo alcuni studiosi il deserto nel sud-ovest degli Stati Uniti potrebbe essere utilizzato per installare delle centrali solari a concentrazione in grado di fornire elettricità all'intero paese!La Spagna invece, vicino a Siviglia in Andalusia, ha costruito una centrale, la PS10, all'interno della quale è presente una torre da 115 metri di altezza, la quale è circondata da 624 specchi che seguono il percorso del sole e che riflettono i raggi solari sulla sua sommità, consentendo la generazione di una potenza di picco di 11 megawatt. Accanto a questo impianto ne è stato creato un'altro, denominato PS20, avente un numero quasi doppio di specchi e capacità doppia di produzione di energia, a segnale di quanto anche questo paese intende investire in questo tipo di fonte energetica.Personalmente ritengo che il solare (integrato magari con altre fonti rinnovabili) sia una buona soluzione per il futuro, purchè venga realizzato in modo compatibile con l'ambiente circostante, in più credo che aumentando la diffusione di questa tecnologia si possa abbassare ulteriormente i costi, consentendo così magari anche ai paesi in via di sviluppo della regione subtropicale che hanno un potenziale solare altissimo di poterne usufruire. Concludo con un'ultima riflessione. Credo sia giusto trovare nuove fonti di energia e magari aumentarne la produzione e sviluppo, ma penso anche che questo da solo non possa bastare. Serve un'approccio culturale, educativo diverso, incentrato verso uno sviluppo sostenibile e con un uso più razionale delle risorse se no non saremo mai sazi di energia, e anzi ne vorremo sempre di più se continuiamo con lo stile di vita attuale, ma di questo chiaramente nessuno parla mai.

giovedì 23 dicembre 2010

Buon Natale!!



Natale è vita e la natura è un trionfo della vita, ed è quindi proprio sulle immagini di questo video che voglio augurare un felicissimo Natale a tutti i lettori del Blog!Auguri!!

domenica 19 dicembre 2010

Obiettivo: Resistere al Freddo



Il freddo ci dà molto fastidio, è quello che dal punto di vista biologico viene anche definito come un possibile fattore di stress per gli organismi viventi, noi esseri umani per contrastarlo possiamo indossare abiti più pesanti in inverno, stare in casa e accendere il riscaldamento. Bene, vi sono specie in natura che hanno sviluppato delle condizioni morfologiche e fisiologiche davvero eccezzionali per sopravvivere in ambienti davvero molto freddi, degli adattamenti frutto della rigorosa selezione naturale che ha operato su di essi e sul loro pool genico. Per esempio, vi sono dei pesci che vivono  nelle acque estremamente fredde dell'Antartico appartenenti all'ordine dei Nototenoidei, denominati non a caso icefishes, che riescono a impedire che il sangue si ghiacci attraverso la produzione di particolari proteine (glicoproteine a esser più precisi) che funzionano da anticongelanti. Queste si attaccano ai cristalli di ghiaccio in formazione e ne impediscono la crescita e sviluppo, proteggendo così i liquidi interni, inoltre sempre questi particolari pesci hanno sviluppato un'altro importante adattamento a queste condizioni ambientali estreme: l'assenza di globuli rossi. Questo se ci pensiamo è logico, in quanto produrre gli eritrociti costa molto in termini energetici all'individuo. La rana canadese invece vive nelle foreste tra il nord degli Stati Uniti e il Canada, e per superare l'inverno usa una regolazione ormonale. In pratica all'arrivo dei primi freddi il suo ipotalamo libera un particolare tipo di insulina, la quale determina come effetto la liberazione di un'enorme quantità di glucosio (ottenuto dalla gran quantità di lipidi accumulati in precedenza) nel sangue che ne fà aumentare la pressione osmotica. Questi alcuni degli adattamenti più interessanti tra i Pecilotermi, cioè tra quelle specie che adattano la loro temperatura corporea all'ambiente esterno.
Per i mammiferi il discorso è diverso, essi sono organismi omeotermi e pertanto devono mantenere costante la loro temperatura interna, di conseguenza le strategie per evitare la dissipazione del calore sono tantissime. Per esempio la volpe artica (Alopex lagopus) ha delle orecchie più ridotte di dimensione rispetto alla volpe rossa (Vulpes vulpes) che vive nelle regioni temperate proprio per ridurre la dispersione di calore a contatto con l'ambiente esterno. Anche il pelo è un'importante isolante tra ambiente esterno e interno, questo si drizza (ed è un meccanismo riflesso) per aumentare lo spessore tra queste due parti. Come avviene? L'adrenalina entra in circolo e và a stimolare il muscolo responsabile di tale meccanismo.Il pelo limita i movimenti convettivi e così aumentando lo spessore riesce a conservare il calore. Nei delfini abbiamo invece un'importante strato di grasso chiamato Blubber che funziona sia come riserva di energia che come importante isolante termico, questo ricopre tutto il corpo (a livello sottocutaneo) tranne le pinne e la coda. Sempre questo importante strato lipidico determina insieme alla particolare morfologia corporea (corpo affusolato) un'altra importante caratteristica a questo simpatico cetaceo odontoceto: l'idrodinamicità. Anche l'Aski, animale spesso assunto come simbolo di resistenza al freddo ha vari accorgimenti per contrastare la dispersione del calore, come i vasi sanguinei che decorrono molto vicini tra loro a livello delle zampe, in quanto quella è una zona in cui l'organismo entra in contatto con temperature del suolo molto basse. Gli adattamenti a questa particolare condizione di stress sono innumerevoli, io ho cercato di illustrarne solo alcuni nel modo più semplice e sintetico possibile, per mostrare come pur nella varietà degli organismi viventi esiste un denominatore comune: resistere al freddo. 

lunedì 13 dicembre 2010

Lo Squalo:Terrore o Rispetto?


Il 10 Dicembre è terminato a Cancun l'importante Summit Globale sui cambiamenti climatici legati alle emissioni dei gas serra. L'impegno politico che è stato preso è importante, si è deciso di tagliare le emissioni del 25-40 % rispetto al livello del 1990 entro il 2020. Io sulla questione rimango un po' scettico, nel senso che attendo le misure concrete dei vari stati come Stati Uniti, Cina e India, il loro investimento nell'energia rinnovabile e il decremento nello sfruttamento dei combustibili fossili (sopratutto del carbone da parte di Cina e India, ma tutto ciò merita un capitolo a parte..). Per questo volevo dedicare questo post a una specie marina che viene sempre dipinta come "cattiva" e poco importante, a maggior ragione dopo l'ultimo episodio accaduto nel Mar Rosso dove una turista tedesca è stata uccisa: lo Squalo. Allora i giornali e i mass media si sbizzariscono e questo animale spesso viene associato a un'assassino, un sanguinario, un essere crudele. Io non ci stò. Nel caso specifico c'è da ricordare come il Mar Rosso sia sempre più povero di prede per lo squalo a causa dell'elevato tasso di pesca operato dall'uomo, è quindi una conseguenza naturale, istintiva (e aggiungo io estrema) quella di questo predatore di spingersi verso la riva e aggredire specie umana (donna nel caso particolare). Quali sono le soluzioni intraprese allora immediatamente? Che lo squalo viene cacciato, ucciso per difendere il turismo, senza però risalire alle cause e cercare di diminuire la pesca. Le specie di squali sono tantissime e io vorrei farne un discorso generale per mostrarne il fascino, la potenza e anche l'evoluzione  biologica di questo fantastico animale.
I loro antenati risalgono al periodo dell'Ordoviciano (circa 450-420 milioni di anni fà), mentre le forme più moderne comparvero per la prima volta circa 100 milioni di anni fà. Tutti gli squali sono carnivori, ma non tutti sono predatori come lo squalo bianco (Carcharodon carcharias)!Pensiamo per esempio allo squalo balena (Rhincodon typus) che è un filtratore, altri ancora invece come lo squalo zebra (Stegostoma fasciatum che vivono sui fondali e si nutrono di molluschi e costracei. Il loro scheletro credo poi sia una struttura anatomica davvero interessante,in quanto non è osseo come quello dei vertebrati, ma è cartilagineo, in questo modo è estremamente flessibile e leggero (caratteristica fondamentale questa per le specie predatrici). 
Eccezzionale è poi la loro capacità di poter percepire i campi magnetici ed elettrici, grazie a dei recettori posti sul muso che trasmettono l'informazione alle ampolle di Lorenzini che elaborano il segnale. Questa percezione aiuta l'animale a trovare le prede in condizioni di pessima visibilità (questo è sviluppato in modo particolare sullo squalo martello), ma anche per identificare le prede sotto la sabbia del fondale marino. Altro importante utilizzo dell'elettroricezione è quello legato all'orientamento, infatti le correnti oceaniche generate dal campo magnetico terrestre producono anch'esse dei campi elettromagnetici e vengono usate dagli squali per i loro spostamenti e le loro migrazioni. Anche gli altri organi di senso sono molto sviluppati, come l'udito che è estremamente fine e che sembra gli possa consentire di percepire i movimenti di una preda anche lontana diversi Km. Anche l'olfatto è molto sviluppato, il quale tramite le sue narici e sacchi nasali pare possa rilevare addirittura una parte per milione di sangue in acqua marina. Gli adattamenti fisiologici di questo animale non finiscono certo qui, ce ne sarebbero ancora tanti altri da raccontare, e tutto stà a indicare come lo squalo non sia certo un'organismo semplice, anzi è evolutivamente molto complesso e con una storia lunghissima, per questo ritengo vada rispettato e tutelato in tutte le sue forme.

domenica 5 dicembre 2010

Global Change: l'Acidificazione degli Oceani


Molti telegiornali non ne parlano ma in questo momento e fino al 10 Dicembre si svolge a Cancun in Messico un'importante conferenza sui cambiamenti climatici dove i rappresentanti di 173 paesi di tutto il mondo avranno il compito di decidere sulle azioni da intraprendere per contrastare questo fenomeno, o meglio per cercare di ridurre le emissioni dei gas serra dopo il fallimento del vertice di Copenhagen di un anno fa. Io con questo articolo vorrei portare alla luce uno di questi cambiamenti ambientali legati al principale gas serra: la CO2. Spesso quando sentiamo parlare di effetti legati all'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica in atmosfera si pensa subito all'aumento della temperatura nella troposfera (la parte più "bassa" dell'atmosfera cioè quella che và da 0 a 8 km di altezza ai poli, mentre può raggiungere i 20 km di altitudine all'equatore), in realtà esistono altri fenomeni ad alto impatto ecologico-ambientale legato a questo importante gas come appunto l'acidificazione degli oceani. Esiste infatti una stretta interazione tra l'anidride carbonica presente in atmosfera e gli oceani, i quali riescono così a mitigare alcuni effetti climatici di questo gas. Sul numero di Ottobre di Le Scienze sono riportati alcuni valori molto interessanti per "gli addetti ai lavori". Un primo dato molto importante è l'attuale concentrazione atmosferica di CO2 pari a circa 390 ppm (parti per milione), ma questo valore sarebbe ancora più alto se ogni giorno gli oceani non assorbissero circa 30 milioni di tonnellate di anidride carbonica. C'è da dire che da un lato questo assorbimento consente di ridurre il global warming, ma al prezzo di rendere i mari più acidi. Un secondo dato è stato trovato da Robert H. Byrne, dell'University of South Florida attraverso degli studi con cui ha dimostrato come in tutto il pianeta il pH medio dello strato d'acqua superiore degli oceani (cioè quello più superficiale, a più stretto contatto con l'atmosfera) è diminuito di 0,12 unità arrivando a circa 8,1, rispetto all'inizio della rivoluzione industriale. Visto così quest'ultimo dato può sembrare innocuo o poca cosa, in realtà c'è da tenere presente come la scala del ph sia logaritmica, pertanto una variazione di questo tipo può anche essere letta come un'aumento del 30% dell'acidità.Ricordo che il pH misura la concentrazione degli ioni idrogeno in una soluzione, dove un pH=7 è neutro e valori inferiori sono considerati acidi e quelli superiori basici. Anche se un valore di pH=8,1 come citato prima è da considerare basico, il fatto che abbia un andamento decrescente è da considerare come un'acidificazione. Ma come contribuisce la CO2 a questo fenomeno?Ecco questa in realtà svolge un ruolo fondamentale in questo processo, in quanto l'anidride carbonica atmosferica viene assorbita dall'acqua superficiale dei mari e reagisce con essa formando acido carbonico, quest'ultimo è un acido debole e dissocia quindi quasi completamente in ioni H+ e ioni HCO3- (ioni bicarbonato). Anche parte del bicarbonato si dissocia, producendo altri ioni H+. Questo aumento complessivo di ioni idrogeno determina per definizione una riduzione del pH. Secondo le stime attuali se l'immissione dei gas serra continuerà con i tassi attuali, la concentrazione di anidride carbonica raggiungerà i 500 ppm entro il 2050 e 800 ppm entro il 2100 e con conseguenze estremamente dannose per il pH dello strato superiore degli oceani che potrebbe di conseguenza crollare fino a 7,8 o 7,7!! (circa il 150% di aumento di acidità rispetto ai valori preindustriali!) Una domanda che potrebbe sorgere allora può essere questa: Quali ripercussioni può avere un processo di acidificazione di questo tipo sulla vita e sull'ecosistema marino? Ecco, per rispondere a questa domanda bisognerebbe fare un passo indietro di qualche era geologica fino a circa 250 milioni di anni fà (fine del Permiano) quando si ebbe una delle più importanti estinzioni di massa della storia della terra con la scomparsa di circa il 90% delle specie marine, determinato proprio da un aumento di gas serra (metano e anidride carbonica principalmente) in atmosfera legato a imponenti eruzioni vulcaniche che portarono così a una forte acidificazione degli oceani con conseguente estinzione di massa citata prima. Il punto è questo: l'acidificazione costringe le specie marine a consumare più energia per mantenere il pH interno (come per esempio i copepodi e le lumache di mare) sottraendola a processi importanti come la crescita e la riproduzione (con quindi importanti ripercussioni negative sulla biologia delle specie interessate). E' un processo questo che coinvolge non solo le specie dello strato più superficiale delle acque marine (dove abbiamo visto la variazione del pH è maggiore), ma anche quelle degli strati profondi in quanto il rimescolamento degli strati oceanici  porta a un abbassamento (graduale) del pH anche negli strati bassi dove però le specie risultano essere estremamente sensibili anche a minimi cambiamenti. Le specie che non riescono ad adattarsi geneticamente a cambiamenti così rapidi vanno incontro alla dura legge della selezione naturale e possono arrivare così all'estinzione. Le conseguenze per l'ecosistema marino? Proviamo a pensare a cosa potrebbe accadere al sistema oceanico se venisse a mancare, causa estinzione per acidificazione, i copepodi e gli altri organismi dello zooplancton...si avrebbe un'alterazione fortemente negativa della catena alimentare su cui si regge l'ecosistema marino!

domenica 28 novembre 2010

Il Letargo



Tra poco sarà il 1° Dicembre e con tale data avrà ufficialmente inizio l'inverno metereologico. Nel post precedente ho riportato come molti animali durante il periodo freddo debbano compiere migrazioni verso luoghi con condizioni ambientali più ospitali per poter sopravvivere durante questo periodo. Altri animali, e penso allora a numerosi mammiferi come l'Orso (Ursus arctos), il procione (Procyon lotor) e tanti altri, hanno assunto come strategia di vita e adattamento al superamento di questi mesi difficili il letargo o ibernazione. Questo periodo di torpore può essere più o meno profondo e la sua durata varia in relazione alla temperatura esterna, più lungo è l'inverno e più duratura sarà l'ibernazione dell'animale. I mutamenti fisiologici a cui vanno incontro queste specie sono diversi: la pressione del sangue cala notevolmente, la frequenza delle pulsazioni si riduce fino a pochi battiti  al minuto, la respirazione diventa irregolare e molto lenta e la temperatura corporea si abbassa fino quasi al congelamento. L'animale digiuna durante la stagione fredda e sopravvive metabolizzando le riserve di lipidi immagazzinati durante il periodo autunnale. E' proprio il rallentamento delle funzioni vitali citate sopra che consente questo digiuno prolungato all'animale senza che questo vada incontro alla morte. Molti però si possono chiedere: ma come può un animale che si sveglia dal letargo essere subito attivo? Bene, diversi mammiferi che vivono appunto in climi freddi e cadono in letargo, oltre al normale tessuto adiposo, sono dotati di uno specifico tessuto adiposo situato nel collo e tra le spalle, il grasso bruno, il quale è in grado di produrre una massiccia quantità di calore. Questo tessuto termogenetico è riccamente vascolarizzato ed è innervato dal sistema nervoso ortosimpatico, mentre il colore bruno è dovuto all'alto numero di mitocondri di cui sono dotate le sue cellule. Ora la capacità di sviluppare calore da parte di questo tessuto è legata a una proteina (la termogenina), la quale è situata sulle membrane interne dei mitocondri e che viene attivata dalla noradrenalina. Le strutture vascolari molto sviluppate di cui il tessuto adiposo bruno è provvisto consentono così la distribuzione del calore in tutto l'organismo favorendo il rapido riscaldamento dell'animale, il quale può recuperare le sue capacità difensive e offensive.
Una curiosità: il grasso bruno lo troviamo anche nell'uomo nei primi stadi di vita (fasi subito dopo la nascita), quando effettivamente i centri ipotalamici sono ancora poco sviluppati e il neonato non è ancora in grado di reagire per via riflessa agli stress termici del freddo.

venerdì 26 novembre 2010

Migrazioni


Cinquecentomila gru canadesi si fermano sul Fiume Platte, in Nebraska, per ingrassare. Una sosta nella trasvolata primaverile dal Messico e dal sud degli USA verso i siti di riproduzione all’estremo nord.

La migrazione degli animali è un fenomeno di gran lunga più imponente e strutturato del semplice spostamento. È un viaggio collettivo che ripaga a lungo termine. Indica premeditazione e caparbietà epica, codificate come istinto ereditato. Il biologo Hugh Dingle ha identificato cinque caratteristiche presenti, in varia misura e combinazione, in tutte le migrazioni. Si tratta di lunghi spostamenti periodici, che portano gli animali fuori dai loro habitat. Sono spesso lineari, non a zigzag, affinché lo spostamento sia più rapido e sicuro; la preparazione e l’arrivo implicano determinati comportamenti (come ad esempio l’iperalimentazione) e richiedono particolari stanziamenti di energia. Inoltre, gli animali in migrazione mantengono una spasmodica concentrazione sul loro obiettivo, senza lasciarsi distrarre da tentazioni o farsi turbare da difficoltà. Dingle cita le cinque caratteristiche (perseveranza, linearità, indistraibilità, particolari comportamenti in partenza e all’arrivo, provviste di energia) che distinguono la migrazione da altre forme di spostamento. Per esempio, gli afidi diventano sensibili alla luce blu (proveniente dal cielo) quando è il momento di decollare per il loro viaggio e sensibili alla luce gialla (riflessa dalle foglie giovani) quando è ora di posarsi. Prima di affrontare  un lungo volo migratorio gli uccelli si nutrono abbondantemente per accumulare grassi di riserva. Il valore della sua definizione, sostiene Dingle, sta nel puntare su quello che la migrazione degli gnu e delle gru canadesi ha in comune con quella degli afidi, aiutando gli studiosi a comprendere i meccanismi e il funzionamento della selezione naturale. (da http://www.nationalgeographic.it)

Ho riportato come esempio di migrazioni quello delle gru canadesi ma le specie che compiono questi fantastici viaggi non appartengono solo all'avifauna, esistono anche specie di lepidotteri (come la monarca) o mammiferi come l'antilocapra e anche specie di rettili come il crotalo verde e tanti altri ancora. Quella che però mi affascina di più delle caratteristiche migratorie citate da Dingle è la perseveranza, e quindi il fatto che ogni anno queste specie compiano determinate rotte frutto di migliaia di anni di evoluzione per raggiungere risorse alimentari e particolari condizioni ambientali. Per questo ritengo importante che queste rotte, tragitti migratori che fanno parte del ciclo biologico di queste specie vengano tutelate, cercando di ridurre il più possibile la pressione antropica in queste zone.